La pubblicità nociva: il caso del junk food

Scritto da DMEP

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È largamente condiviso che la pubblicità possa essere divertente, scandalosa, irriverente, sentimentale, fastidiosa, ingannevole, avvincente, piatta, geniale... ma può arrivare ad essere addirittura nociva per la salute? Sì, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. È notizia di questi giorni l’accusa rivolta dall’ente internazionale contro le aziende che producono e distribuiscono junk food (ovvero cibo spazzatura).

Più precisamente, il dito viene puntato contro il bombardamento pubblicitario a cui sono sottoposti i bambini e gli adolescenti, categorie altamente influenzabili e quindi più soggette ai rischi derivanti da una dieta malsana. Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti, su un campione di 100.000 spot alimentari analizzati, ben l’89% reclamizza prodotti carichi di grassi saturi, sale e zuccheri. Cosa che non può lasciare indifferenti i giovani spettatori: alcuni ricercatori di Yale hanno infatti provato che i bambini aumentano del 45% il consumo di merendine e snack durante e subito dopo il passaggio di una pubblicità.
Il problema, però, non si limita agli Stati Uniti - paese inventore del concetto di fast food - ma si allarga a tutti i Paesi industrializzati; tra cui anche l’Italia, dove il tasso di obesità tra i bambini in età scolare ha ormai raggiunto il 36%. Ma perchè i bambini sono così esposti?

Alcuni studi sostengono che i bambini, fin dalla prima infanzia, siano in grado di riconoscere un marchio o un logo, così da associarlo al prodotto consumato; inoltre, la loro mancanza di senso critico impedisce loro di distinguere la realtà dalla finzione vista negli spot. Questa teoria viene confermata dall’Institute of Medicine, il quale afferma che i bambini, già dai due anni d’età, sono in grado di ricordare i nomi dei prodotti, preferiscono le pubblicità dei cibi spazzatura e ne consumano proporzionalmente alla frequenza pubblicitaria.

Solo a partire dai 12 anni, quindi dall’adolescenza, i consumatori cominciano a discriminare i contenuti pubblicitari che, pertanto, cambiano e non propongono più contesti giocosi, colorati e familiari (capaci di catturare l’attenzione di un bambino); questi vengono sostituiti da testimonial famosi o da coetanei che promuovono un determinato stile di vita.

Come se non bastasse, questa ondata ha invaso anche il mondo del web, sempre più frequentato dai giovanissimi, soprattutto all’interno della sfera social e delle applicazioni per smartphone. A titolo d’esempio, è sufficiente citare il seguente dato: tra le dieci pagine Facebook più cliccate in Australia, sette appartengono ad aziende promotrici di junk food, quali Coca Cola, Skittles, Domino’s Pizza, Pringles, Red Bull and Oreo.

Sicuramente, la strada da intraprendere per fronteggiare la questione è quella che prevede l’adozione di una regolamentazione più attenta ai contenuti veicolati; come già avviene in alcuni Paesi d’Europa, dove il tasso di consumo di cibi spazzatura è in netto calo. I casi più eloquenti arrivano dal nord: in Olanda non è permesso indirizzare gli spot di dolci ai minori di 12 anni; in Svezia è proibito l’uso di personaggi animati a scopo commerciale. Ancor più radicale la vicina Norvegia, dove qualunque tipo di pubblicità rivolta ai bambini è considerata illegale.

 

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